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Sezione: Racconti e Poesie

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Per incontrare Franca

di TIZIANA SORESSI

Lei non ti chiama, ma tu sai che hai un appuntamento con lei.
Lo scopri il giorno in cui sei troppo in ritardo per dare retta a qualcuno o in cui hai troppo da fare per rispondere a un invito garbato. Franca ha un modo tutto suo di chiamarti: non ti dice una parola e sei tu che devi sapere quando è il momento. Lei ti aspetta senza aspettarti: ha tutto il tempo che vuoi, anche quello che manca a te e te ne renderà ragione.
La strada per arrivare da lei è piena di tornanti: partendo da Vernasca, devi lasciarti alle spalle la Ranca, finché incontri una breve deviazione sulla destra e un cartello con la scritta "Vitalta". Allora sai di essere quasi giunto a destinazione.
Ti conviene lasciare l'auto e proseguire a piedi: Franca sta lassù, su un'altura che domina d'incanto tutta la vallata, ma stai sicuro che ti ha già visto arrivare. Dopo aver costeggiato rare case disseminate sul piano, ti inerpichi per un lungo viottolo ciottoloso che poi prosegue ancora chissà dove, scomparendo in macchie di boschi inesplorati. La salita è tutta in solitudine tra siepi di pruni, alberi selvatici e distese incolte. Se la percorri d'estate, ti può capitare di fare la strada con un nugolo di affabili cavallette attaccate ai vestiti. A un certo punto, alla tua destra, si schiude un'ampia spianata: è lì che ti devi fermare.
Franca non ti apre la porta al tuo arrivo e dovrai accontentarti di vederla da fuori, attraverso la vetrata dell'ingresso.
Non è lei ad avviare il discorso, ma tu sai che hai qualcosa da ascoltare e allora, tanto per rompere il ghiaccio, parli tu per entrambi. E ti accorgi subito che lì le parole sono quasi impronunciabili. E' più eloquente il volo del calabrone che ti frulla accanto o l'affanno della formica che trascina una pagliuzza sul gradino della soglia.
Non ravvisi neppure lo sguardo di Franca mentre le parli: è più percettibile la vastità del cielo, incredibilmente terso, che sprofonda nella vallata dell'Arda. La trasparenza della vetrata ti rimanda ancora la tua immagine, il tuo profilo semivuoto. E del resto non è il tuo corpo che lì vuoi vedere. Franca lo sa e non te lo mostra.
Solo una cavolaia di passaggio sembra scrutarti, con stupore o quasi. Ti giri per restituirle l'occhiata, ma è già sparita. Poi il vuoto dell'aria ti investe di silenzi inattesi.
La trasparenza fa paura: è fitta di domande irrisolte, di congiunzioni imprevedibili. Franca lo sa e le attraversa con te.
Con la fronte appoggiata al vetro della porta d'ingresso, tenti di sorprenderla in un movimento qualsiasi, ma lei non si lascia cogliere alla sprovvista e rimane immobile. Il suo gesto è raccolto, uguale dall'inizio alla fine. Il cielo è talmente vicino che temi di sfiorarlo con le dita; Franca lo sa e non si dà pena a mostrartelo, perché è già lì a portata di mano.
L'unica cosa tangibile con lo sguardo è qualche scritta che parla di lei e che focalizzi a fatica stringendo le palpebre... Franca... santa Franca... dei conti... dei conti di Vitalta... badessa di un... di un monastero femminile cistercense... sul Montelana... nata... nata nel 1000 ...e... 100 ...75...
La fisionomia di Franca, però, non si ricompone neanche con frammenti d'alfabeto, lettere, nomi, date, dettagli. Tutto passa come le nuvole che non hai mai sentito così rasenti e sembra che ti portino via.
Ogni cosa appare inconsistente come il suo viso levigato da bambola di porcellana, che sembra stagliarsi nei riverberi della vetrata. Non è il suo viso, però, quello che vedi e forse neanche il tuo.
Franca ha un modo tutto suo di esserci che assomiglia all'assenza, al fiato del vento, all'oscillare obliquo delle ginestre. Lei lo sa e rende trasparente anche te. Aderisci all'aria come un bozzolo e la tua vista è risucchiata dal paesaggio sottostante, senza mai precipitare, come sospesa.
Poi ti congedi da lei con un cenno impacciato delle dita. Non attendi da parte sua altre movenze, se non una nuvola che attraversa l'orizzonte. Franca non chiude la porta alle tue spalle.
Questa volta il cammino è tutto in discesa e la discesa è ancora erta. Percorri il lungo viottolo polveroso fino al piano e lei, da su, ti accompagna in tutte le direzioni. Sei già distante e ritrovi ancora il suo sguardo sovrastante in ogni pertugio: dietro al tronco di un pero, nel cavo di una foglia di fico, nel ventre vizzo di un forno abbandonato. Giri la testa all'improvviso e lei è ancora là: dritta, di sbieco, più a destra, più a sinistra, sempre alta.
Ti lascia solo al primo tornante della Ranca.
Per incontrare Franca, non tutte le occasioni sono buone. Franca ha le sue stagioni come il melograno. Ha imparato la pazienza dei santi e non se ne sottrae. Dà tempo al tempo, lei che del tempo non sa che farsene.
Lo scopri un giorno di fine dicembre - l'indomani è Capodanno -, quando le strade sono ancora piagate dal ghiaccio, le ruote dell'auto slittano rovinosamente sulla strada che da Vernasca conduce alla Ranca. Hai fretta d'incontrare Franca, ma Vitalta non si profila neppure all'orizzonte; percorri uno, due, tre tornanti fra sbandate e repentine frenate - accidenti, non si può proseguire! E il viaggio è destinato a interrompersi lì.
Torni indietro a malincuore e non puoi fare altro che rimandare l'appuntamento a una stagione più propizia: la prossima primavera forse o la prossima estate - chissà! -, quando Franca non ti chiamerà, ma tu saprai di avere un appuntamento con lei e lei ti aspetterà senza aspettarti. Ha tempo da perdere: anche il futuro, e te ne renderà ragione.
Del resto tu sai che è giusto così, non bisogna avere fretta. Per incontrare Franca.

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