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L'Ongina o la casa che ride di vento di TIZIANA SORESSI
Per incontrare l’Ongina, devi sempre scendere, a destra e a sinistra o diritto, e contendere con fermezza il passaggio ai rovi e alle sterpaglie che hanno inghiottito i tratturi: di viottole non ce ne sono quasi più. Smarrito ogni tracciato, devi camminare col pensiero e colla memoria e sforzarti di ricordare dove molto tempo prima iniziava un varco o una deviazione che collegava proprietà a proprietà, campo a campo,vigneto a vigneto. Ora non c’è alcun segno di delimitazione, neppure gli alberi tracciano un confine: le voci degli uomini che hanno arato questi terreni sono già passate da troppo tempo.Non hanno lasciato appesi ai loro filari nessuna roncola e nessun cappello tanto per dire: “Qui il sole ha battuto”. Il sole batte senza di loro.Il sole batte non per loro. Le lame delle loro falci ora giacciono rugginose. Prova a sentire il tonfo affannato della zappa che percuote le zolle e ne leviga la cresta con la perfetta cadenza del battere e del levare, tempo di luna nuova o di rosso-di-sera-bel-tempo-si-spera. Non lo troverai.Anche lo sguardo si fa scosceso e ruzzola incontenibilmente nelle siepi di ginestra, nella platea dei trifogli,nelle selci prosciugate e piagate da profonde crepature. Qui si ricoverano lucertole e formiche. A tratti però senti l’acqua, non riesci a scorgerla.Scorre tra un’esile colonna di giunchi, una compatta giuntura di canne e un’intricata teoria di arbusti. La sua voce si mischia sommessamente con il vento e, per riconoscerla, devi fare orecchio fino,distinguerne le corde vocali sepolte dalla nicchia dei pruni, sfogliarne un flebile vocabolario agreste,dove anche i grilli e le cavallette hanno la loro parola pronunciabile, la loro dizione perfetta. E’ un insperato privilegio poterne avvistare la corrente, identificarne la vena. Se anche ti aprissi un varco tra gli arbusti, lo sguardo dovrebbe ancora forzare le sponde scure di un fosso e spingersi in fondo in fondo per esplorarne l’esile cascata:una mescolanza sotterranea di foglie e acqua e terra dove filtra appena la luce, se filtra.Manca solo il cielo. A destra e a sinistra si estendono le vigne, quasi tutte inghiottite da erbe alte e da spini. I filari accasciati, estirpati o in vacillante equilibrio.Con le braccia mestamente schiuse come cristi in croce. Qualcuno esibisce ancora un grappolo macilento, mercanzia buona solo per gli uccelli di passaggio. Nella tua discesa verso l’Ongina ti accompagnano le farfalle, se non hai fretta.Ti scrutano agili nel ritmo dei tuoi passi e ti svolazzano intorno a cauta distanza.Si perdono poi nel nulla: loro conoscono i segreti dell’Ongina, ma stai certo che non te li sveleranno. Puoi anche incontrare qualche calabrone tuffato nella corolla di un cardo o le api in fremente bocca a bocca con una accondiscendente pratolina. Ad ogni passaggio non ti molla mai l’occhio vigile delle more: più scendi e più i loro cespugli si fanno rigogliosi. Il loro sapore è inafferrabile, la polpa sa di selvatico e di asprigno insieme:conoscono da sempre la fatica della zolla,l’attrito della corrente,la sferza della arsura, lo stordimento della solitudine. E’ con il palato che apprendi il loro brusco alfabeto. Non c’è dolcezza in loro, c’è la mansuetudine dell’attesa, perché da queste parti tutto può accadere e accade. Prosegui il tuo percorso nell’Ongina, il pendio si attenua in svolte gentili e non te ne accorgi nemmeno. Il vento ti sorprende da ogni parte: ora sibila ora ronza ora stride. Sa assumere tutte le voci: anche la tua, se non te la tieni stretta,. Non ti manca molto per raggiungere l’Ongina laggiù in fondo,quando sul sentiero dietro una curva compare una casa di sassi e ti domandi chi mai possa abitare in questo luogo sperduto. E’ inutile domandarselo. Chi mai dovrebbe vivere in una casa di sassi dai muri scrostati, dalle finestre sconnesse, con le porte sbarrate da una spranga corrosa inchiodata di traverso? E’ stata aggredita dal morso vorace dell’erba su tutti i lati,persino sui gradini. Un pezzo di aratro arrugginito si appoggia oziosamente alla facciata. Più in là esplode l’abbraccio sconsolato di una macchia di rosmarino: cose abbandonate anche dal silenzio. La loro inerzia assume un che di provvisorio e nel contempo di definitivo. Hai l’impressione che basterebbe anche uno schiocco di dita per attizzarne un sussulto, un trasalimento, ma non sai da che parte cominciare. Un vizzo pergolato d’uva incornicia la porta d’ingresso: stai pur certo che non vedrai nessuno ad affacciarsi.Qui non c’è anima viva da molto tempo.Potevi dubitarne? Quella fissità desolata e senza scampo è interrotta però all’improvviso da qualcosa che sorprende le tue orecchie e aguzza il tuo udito: una musica, non ci puoi credere, una musica filtra dal vuoto delle finestre rotte e sbracate.Ti chiedi: chi è mai che suona là dentro? Non chiedertelo. Non ci potrebbe essere nessuno là dentro che esegue questa sinfonia.E’un’armonia tesa, fatta di suoni non producibili, di modulazioni del tutto accidentali. Senti che vibra e poi ronza e poi ansima e poi brusisce e poi crepita e poi garrisce. Non è voce di terra questa,non tocca suolo,è alta di nuvola.Non fa pioggia e non fa sereno:è tempo indistinto, tempo di lampo e di arcobaleno.Tutto quello che era e quello che sarà.Vendemmia e mietitura,gelo e canicola.Poi si allenta poi crepita poi arrossisce di riserbo poi modula sommessamente poi riprende nota e respiro e s’acquieta e stormisce. E’ il vento che là dentro entra ed esce e si avvolge e si stende e si insinua e afferra e lascia e vibra e indugia e cede e richiama. E’ il vento che solletica i sassi delle pareti e fa ridere gli oggetti abbandonati. In questo angolo di terra dimenticata dagli uomini,non da Dio,c’è una casa che ride di vento. E ti senti fermare la voce in gola: le parole sono acqua ed erba bruta e succo acerbo di bacca. I linguaggi si fanno multipli e il tuo non è di necessità quello più espressivo. La desolazione dell’abbandono diventa concerto: chi abita qui? Non fermarti neanche a domandartelo: il vento ti aprirà la porta senza bussare. Ha messo su casa da queste parti. Fai fatica a riprendere il cammino,ma lo riprendi. Qualche decina di metri tutti in discesa e presto comparirà l’Ongina. Le cicale in alto o i grilli in basso friniscono alle tue spalle. Non perdere tempo a chiederti se è proprio a te che si rivolgono:qui la terra non ha più demarcazioni,appartiene solo ai passi che l’attraversano. Il vento ti accompagna. [Segnala questa pagina]
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